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A colloquio con Giulia Boschi

(articolo di Elisabetta Scevola, da Shiatsu Do n°11 ottobre 1998)

 

 

Quando la primavera scorsa si è deciso che avrei dovuto recarmi a Roma per intervistare la Dott.ssa Giulia Boschi, ero molto emozionata, non solo perché era la mia prima intervista, ma perché temevo di trovarmi di fronte ad uno di quei "mostri sacri" di erudizione universitaria con cui è difficile interloquire.
Qual è stata invece la mia sorpresa nel trovarmi al cospetto di una ragazza bella, intelligente e simpatica che, in tuta da ginnastica, mi ha ricevuto nella sua luminosa casa bohemienne sui colli romani.
Mi ha raccontato che dopo essersi laureata in Lingue Orientali alla Ca Foscari di Venezia, con una tesi sulla sperimentazione scientifica del Qi, è stata chiamata ad insegnare sinologia all'Istituto Superiore di Medicina Olistica di Urbino.
Mi ha poi detto di avere due grandi passioni: una per l'Antica civiltà Cinese, (confidandomi con una punta di orgoglio che tutte le citazioni del suo libro sono state tradotte da lei in italiano direttamente dai testi antichi originali) e l'altra per la recitazione. Infatti avrebbe di lì a poco registrato uno sceneggiato per la RAI.
Mi ha parlato inoltre della grande difficoltà di far convivere queste due anime, (la ricercatrice universitaria e l'attrice) sia per i pregiudizi correnti sia per questioni di tempo. Infine mi ha fatto accomodare su una magnifica terrazza e, davanti ad una tazza di the, ha cominciato a parlare di "massimi sistemi" con una competenza e naturalezza che mi hanno incantata.
Shiatsu Do ringrazia la Dott.ssa Giulia Boschi per la sua cortese disponibilità e collaborazione.

Quali sono le motivazioni che l'hanno spinta a scrivere il suo libro?

Il desiderio di essere utile. Avevo studiato tanti anni per passione cose che mi avevano interessato e coinvolto e che andavano a toccare le redici delle domande più profonde che credo ciascuno di noi si pone, come: "Qual è il nostro rapporto con il resto dell'universo? Di che cosa siamo fatti? Qual è il rapporto tra la nostra mente e il nostro corpo? tra le nostre emozioni e i nostri organi?" e via dicendo. Quando, in occasione della mia tesi, ho avuto la fortuna di incontrare il discorso sulla sperimentazione scientifica del Qi, attraverso l'analisi di questi esperimenti mi si è aperto un mondo: avevo finalmente trovato una traccia che mi permetteva di approfondire e di indagare in questo campo.
Qualche anno dopo, a Urbino, mi sono trovata di fronte a medici allopatici che, per la prima volta, si avvicinavano alla Medicina Cinese e ho potuto toccare con mano le loro difficoltà. Così ho deciso di scrivere questo testo un po' atipico basato fondamentalmente sui bisogni, concentrandomi cioè su quello che ritenevo fosse fondamentale conoscere. Sono consapevole che ciascuna delle materie trattate poteva essere un libro a sé, ma ciò di cui le persone che si avvicinano a questa disciplina avevano bisogno non era quello di conoscere tutto sulla filosofia cinese o di diventare dei linguisti, bensì di appropriarsi di quelle nozioni che servissero loro a superare gli ostacoli concettuali e quelli della barriera linguistica. Ho tentato così di fare un libro in questo senso.

Mi sembra di aver individuato un filo conduttore nel suo libro: l'importanza del Qi e la difficoltà, soprattutto per noi occidentali, di percepirlo.

E' verissimo. Il concetto di Qi è la chiave di volta per la comprensione, non soltanto della Medicina Cinese, ma di buona parte della sua filosofia e cosmologia, e anche della differenza di approccio che esiste tra chi pratica la Medicina Cinese sulla base di paradigmi occidentali e chi la applica seguendo quelli orientali. Il confine tra questi due approcci è proprio segnato dal concetto di Qi.

E' vero che il massaggio, le pratiche manuali, gli esercizi di respirazione e di conduzione del Qi sono precedenti la vera e propria M.C.?

Si, ma per rispondere a questa domanda bisognerebbe innanzi tutto mettersi d'accordo su cosa si intende per M.C. Infatti la M.C. può essere interpretata in senso riduzionistico, cioè strettamente terapeutico, o in senso classico (che è andato perduto per la maggior parte anche in Cina), ma che sta comunque riaffiorando attraverso lo studio del Qi Gong e lo sviluppo della ricerca scientifica in questo campo.
Qualsiasi squilibrio nel corpo o nella psiche è riconducibile a una disarmonia tra Yin e Yang e qualsiasi scompenso tra questi due poli comporta un'alterazione nel flusso del Qi; di conseguenza, a prescindere dalla metodologia utilizzata (erbe, massaggio, agopuntura, tecniche meditative ecc.) il lavoro si fa sul Qi.
La Medicina Cinese, in origine, era un insieme di tecniche che partivano dallo stato di salute, dall'osservazione di individui sani e di conseguenza si è sviluppato in senso preventivo, ma anche e soprattutto nel senso di potenziamento di questa salute. Ciò che noi normalmente intendiamo per "salute" è un qualcosa che si basa su una analisi statistica della media degli individui, perciò molti disturbi, per il solo fatto di essere molto diffusi, sono considerati normali. Ciò significa che noi abbiamo, per definizione, un modello di salute mediocre, cioè basato sulla media. Al contrario i Cinesi, non solo partivano dall'osservazione delle persone sane, ma prendevano a modello un individuo superiore alla media dal punto di vista delle sue capacità psicofisiche. Perciò le tecniche che si sono evolute sulla base di questa concezione energetica della fisiologia erano volte al potenziamento dello stato di salute e di benessere dell'individuo.
La scoperta dei flussi di energia, dei meridiani, del rapporto che esiste tra questa rete di canali, sono il vero interfaccia energetico tra il sistema individuo e il macro sistema ambiente.
Questi scambi di materia-energia-informazione tra l'uomo e l'ambiente avvengono quindi non nel contesto della malattia ma nell'ambito molto più ampio della relazione tra uomo e Universo.
Curioso è notare che la prima testimonianza che abbiamo riguardo a ciò è un testo molto antico in cui si parla dei meridiani utilizzando un termine diverso: non "jing", bensì "Wen" (tepore). Infatti la sensazione del flusso di Qi che arriva alle mani è quella di caldo.
Il "tepore" quindi è stata la prima percezioni del Qi e, di conseguenza, la prima tecnica che si è sviluppata è stata la moxibustione. La tecnica degli aghi invece si è sviluppata in un altro contesto e in un'altra zona della Cina ed era finalizzata soprattutto al risveglio dal coma e al drenaggio degli ascessi.
La Cina è grande, quindi è molto probabile che inizialmente diverse idee si siano sviluppate in differenti luoghi e poi, come ciclicamente avviene nella storia cinese, siano state coordinate e fuse insieme in una teoria unitaria.

Qual è il ruolo della callistenia (arte del movimento armonico) e del massaggio della Medicina Cinese?

Sicuramente un ruolo importantissimo, poiché ambedue avevano la finalità di prevenire, ma soprattutto quella di potenziare le risorse psicofisiche dell'individuo, come si direbbe in termini moderni di "attualizzare le risorse latenti della nostra psico-bio-energia".
Ciò è testimoniato in tutti i libri antichi, dai testi di Mawangdui al Neijing, dove abbiamo chiaramente indicato una posizione di preminenza della callistenia e del massaggio. Questo ci dimostra che, almeno fino al II sec. a.C., la concezione della medicina non era orientata a scopo meramente terapeutico ma preventivo e soprattutto di autoelevazione.

Mi sembra di capire che Lei includa il massaggio e la callistenia nelle cosiddette pratiche di lunga vita taoiste.

Certo, nel filone della "lunga vita", ma non solo. C'è un altro filone finora trascurato che meriterebbe uno studio a parte (e non è detto che nei prossimi anni non ne esca un libro) che è quello delle pratiche sessuali. Noi abbiamo perso moltissimo dell'eredità dei testi antichi della M.C., ma nella Biblioteca Imperiale di epoca Han (dal II sec. a.C. al II sec. d.C.) i testi medici erano divisi in quattro sezioni. La prima prettamente terapeutica, dedicata quindi all'agopuntura, alla dieta ecc., la seconda era la sezione farmacologica, la terza era dedicata interamente alle tecniche trascendentali e l'ultima parlava di tecniche sessuali.
Queste erano le quattro branche in cui veniva divisa la medicina all'epoca e i testi si Mawangdui rispecchiano fedelmente queste proporzioni. Ciò significa che la medicina era concepita per metà come terapia (aghi, erbe ecc.) e per l'altra metà come prevenzione, autoelevazione e addirittura tecniche trascendenti, sessuali, meditative, esercizi in quiete e in movimento, in breve "arte di lunga vita".
Noi, nel corso dei secoli, abbiamo perso sicuramente questo 50% e del 50% restante abbiamo dato un'interpretazione riduzionistica.

Lei parla di un'origine sciamanica della M.C. affidata alle donne. Qual era il ruolo della donna nell'antica Cina?

Purtroppo ne sappiamo ben poco. Quello che conosciamo per certo è che c'è stata una censura storica. Negli annali si fa menzione esplicita affinché le donne non fossero citate e ricordate, ragion per cui sappiamo che sono sicuramente esistite molte figure femminili di cui non avremo mai notizia. Un indizio ci è comunque pervenuto dalla scoperta archeologica della tomba della regina Fuhao, che ci ha rivelato l'esistenza di una donna che era stata sciamana ma anche guerriera e regina.
Un altro indizio che ci fa capire che almeno fino a prima dell'epoca Han gli sciamani erano per la maggior parte donne è che per indicare lo sciamano uomo si usava un carattere a parte. C'erano quindi due caratteri distinti; quello che rappresentava le donne andrà successivamente a designare lo sciamano in generale.
Sempre per quel che riguarda la donna, possiamo anche analizzare la differenza di approccio che esiste tra i due filoni principali di trasmissione della cultura in Cina, che sono il Taoismo e il Confucianesimo. Mentre i confuciani hanno sviluppato un'etica fondamentalmente rivolta all'immanente e fatta per mantenere l'ordine gerarchico, sociale e politico della società feudale che comportava di necessità la segregazione della donna per garantire la paternità, il Taoismo ha sviluppato invece un'idea che si pone come obiettivo quello di uniformarsi al mondo della natura, di rivalutare la capacità di "sentire", ponendo l'accento sulla ricettività, dote simboleggiata dall'acqua e tipica del femminile.

La cosiddetta medicina popolare come si caratterizza oggi?

Qui dobbiamo fare una premessa e tornare agli sciamani. Se noi postuliamo l'esistenza di un campo di informazione (come ha, del resto, dimostrato il biologo R. Sheldrake) che conserva la memoria delle singole esperienze e che per risonanza si possa accedere a questa banca dati, ciò significa che qualsiasi individuo, potenzialmente, può accedere, direttamente, cioè senza la mediazione di testi o insegnamenti verbali, a forme di conoscenza. Sheldrake ha sperimentato che, sia a livello della materia quanto a livello degli individui, quando viene acquisita una nuova forma di conoscenza, questa diventa in qualche modo più accessibile a tutti gli esseri.
Per tornare alla medicina popolare oggi in Cina dobbiamo distinguere le pratiche placebo dalla trasmissione popolare.
Anche le prime hanno una grande validità; infatti quando si parla di suggestione si tende a parlarne in un modo denigratorio, ma se la suggestione produce un effetto misurabile a livello psicofisico significa che noi abbiamo trovato il linguaggio simbolico che serve ad attivare nel corpo processi di auto-guarigione.
Sicuramente c'è anche chi se ne approfitta, per cui vi sono pratiche che si possono definire esclusivamente superstizione; ma qual è il confine? non la tecnica, ma semplicemente l'efficacia. Perciò tutto ciò che utilizza un linguaggio simbolico, fatto di riti, formule e simboli e non è efficace è superstizione, la stessa cosa che produce risultati è una tecnica terapeutica basata sulla suggestione da tenere in considerazione.
Nella trasmissione popolare convogliano invece tutti quegli insegnamenti sull'utilizzo di erbe, massaggi e rimedi casalinghi comuni a tutte le culture e che costituiscono una parte importante della medicina preventiva e del modo di curare.
Qui vorrei aprire una parentesi e parlare di cucina.
Se noi oggi abbiamo la prova che le intenzioni mentali vengono registrate a livello di campi e che questi campi possono, a loro volta, influire sull'aspetto della materia, che differenza c'è tra un cibo preparato dalle mani di una persona che cucina con amore e un alimento preconfezionato da una macchina? Qui si entra in un mondo dell'informazione dagli effetti non materiali che però hanno capacità di influire sugli aspetti materiali. Non mi riferisco alla macrobiotica, della quale per altro diffido per ragioni di fondo. Non condivido, infatti, le cucine che limitano il numero dei cibi.
Proprio perché ogni materia, per il suo aspetto configurazionale, ha una sua informazione peculiare, escludere completamente certe cose significa privare il corpo di un certo tipo di apprendimento. Per cui la dietetica più sana credo sia quella che proporziona gli alimenti ampliandone il più possibile il numero.
Non a caso le civiltà più antiche sono quelle che hanno la cucina più ricca dal punto di vista degli alimenti utilizzati (vedi cucina cinese, ma anche quella italiana).
Il vero nuovo campo delle scienze alimentari oggi è l'ecologia clinica poiché non possiamo più considerare i cibi senza prendere in considerazione l'ambiente sia esterno che interno.
Una delle caratteristiche peculiari della medicina orientale, ma anche di molte forme di medicine occidentali nuove, come l'omeopatia o la kinesiologia, è quello di non accettare l'assioma base della medicina allopatica che si riassume nel concetto di "omogeneità del substrato", bensì sostenere che gli individui sono diversi l'uno dall'altro.
Così come non esiste un rimedio che produca esattamente lo stesso effetto in due persone differenti, così un cibo non sortirà il medesimo risultato su uomini diversi.
Si evidenzia così il problema dell'inserimento delle tecniche orientali nelle strutture pubbliche che è poi il problema di qualsiasi tecnica innovativa in un sistema rigido e consolidato, compreso il problema del Dr. Di Bella.
Il protocollo, infatti è un qualcosa che parte dal concetto dell'omogeneità dei substrati. Se si fa un protocollo, per esempio, di agopuntura per la cefalea sarà un fallimento, perché la cefalea di A è diversa da quella di B e da quella di C.
I cinesi avrebbero ben altri parametri per stabilire quali punti usare con A, con B e con C.

Le porgo un'ultima domanda: la Medicina Cinese può essere oggi un modello di riferimento?

Dipende da cosa si intende per Medicina Cinese.
Se si ha un approccio riduzionistico o più ampio.
Comunque noi oggi stiamo assistendo ad un cambio di paradigma che riguarda la nostra concezione globale del mondo e degli esseri viventi. Come anche anticamente, i grandi cambiamenti sono avvenuti prima nelle scienze esatte e successivamente nelle scienze applicate, così si sta verificando ora.
Noi abbiamo già questo paradigma disponibile in Oriente, non solo in Cina, ma anche in India e in Tibet che sembra rispecchiare la nuova visione che parte dalla fisica moderna; perciò nel momento in cui i fisici, andando sempre più in profondità, si sono accorti che alla fine della materia non c'era più la materia, ma solo fenomeni interrelati tra loro, non isolabili e che la stessa coscienza di un fenomeno modifica l'evento stesso, è nato l'inizio di una nuova epoca.
Ora questo cambio di paradigma si sta estendendo ad altre discipline: la prima ad averlo recepito sembra essere la psicologia con il salto dal paradigma individuale a quello transpersonale.
La medicina è uno dei baluardi più resistenti; attualmente ha preferito adattare all'interno del vecchio schema biomeccanicistico dati nuovi e scientificamente provati, (come la validità dell'analgesia con l'agopuntura o la prova dell'esistenza del Qi nel Qi Gong).
Credo che sarà molto difficile ottenere la libertà di terapia a breve, ma ho la fondata speranza che quest'onda d'urto così forte che è partita dalla fisica e che sta attraversando tutte le medicine, presto o tardi arriverà anche alla medicina e allora sì che si potrà fare riferimento anche alla Medicina Cinese o a quella Ayurvedica o ad altre terapie fondate su paradigmi diversi.


Vi diamo appuntamento al prossimo numero dove saranno esaminati altri argomenti tratti dall'intervista a Giulia Boschi

 

 

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