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Amatorialità o professionalità: questo è il problema

(articolo di Francesco Contino, da Shiatsu Do n°08 ottobre 1997)

 

 

L'amatorialità è una presenza indiscutibile nella storia delle Unità Locali come ovvio riflesso della concezione dello Shiatsu proposto dall'Accademia: pratica di comunicazione non verbale, profonda, paritaria e benefica tra due persone; per cui vale la pena dedicarvi tempo ed energie, indipendentemente da una relazione terapista-paziente. Come, in un altro ambito, se è piacevole preparare del cibo e condividerlo, vale la pena per questo farlo senza essere cuochi professionisti e ancora su un piano paritario: non c'è l'affamato e chi sfama. Che questo atteggiamento sia profondamente radicato nella forma mentis dell'Accademia è confermato dal fatto che, per quanto mi risulti, non esistono altre categorie di operatori che si incontrino solo per il piacere di scambiarsi la pratica.

Altrettanto indiscutibile è l'intreccio tra amatorialità e professionalità perché, se la motivazione originaria è stato il desiderio di non disperdere esigenze isolate di pratica, la dimensione professionale è apparsa insieme, sia per le caratteristiche dei soci promotori sia per lo spirito dell'associazione contrario alla logica auto-referenziale.

Intreccio stimolante e produttivo: l'entusiasmo e la disponibilità dei soci ha fatto nascere realtà che, per impegno e risorse necessarie, avrebbero scoraggiato chiunque o portato a soluzioni privatistiche; l'impegno e il riferimento professionale ha allargato la partecipazione e contribuito alla formazione solida e collaudata di operatori, assistenti ed istruttori.

Le U.L. non sono mai state né puramente amatoriali né professionali ed è in questo intreccio la sorgente della loro vitalità e crescita.

Anche fonte di conflittualità, è vero, quando gli amatori si lamentano di un eccesso di impegni organizzativi e i professionisti di un dispendio di energie per la gestione di attività e di dinamiche a scapito dei loro interessi. Ma poiché come sappiamo il conflitto è la sorgente della creatività non credo sia utile uscirne con lamentele o trattative puntigliose ma piuttosto sviluppare la capacità di gestirlo e soprattutto leggerlo su un orizzonte più ampio al fine di riconoscerlo non solo ineliminabile ma anche indispensabile.

Consiglierei quindi come prima, un po' banale, indicazione di non smorzare ma anzi di rafforzare i due poli in modo che spostando continuamente l'equilibrio raggiunto, ciascun polo obblighi l'altro ad elaborare nuove proposte e soluzioni in un continuo dinamico e creativo equilibrio.

Massima libertà quindi all'amatorialità intesa come pratica libera ed aperta, conferenze, mostre, iniziative e collaborazioni all'esterno, momenti di socialità che sviluppino al massimo le presenze, le curiosità, le differenze, le richieste stimolando così la scuola a fornire risposte e strumenti sempre più efficaci ed adeguate nel campo della didattica, sperimentazione, terapia, formazione professionale degli istruttori.

In questo momento aggiungere altre indicazioni produrrebbe solo vacue e generiche formule, al massimo si può ribadire la consapevolezza di un progetto sostanzialmente comune, anche se da verificare e concordare periodicamente.

Soprattutto consiglierei di cambiare il quadro di riferimento sul quale proiettiamo le nostre lacerazioni perché sono convinto che parlando di questa polarità siamo ancora prigionieri di schemi culturali e psicologici che evidenziano una conflittualità invece di delineare una complementarietà. Faccio perciò una digressione, molto breve rispetto all'impegno che richiederebbe, augurandomi che ciò seguirà in tempi rapidi.

Quasi tutte le terapie alternative degli ultimi anni nascono dichiarando che non esiste chi guarisce e chi è guarito, che tutto viene fatto dall'energia universale o divina, che è un'esperienza paritaria, bla bla, e finiscono quasi tutte con un terapista che nel suo studio dice all'altro di quale malattia soffre, adopera metodiche che solo lui conosce e può agire, e che con un paziente che (se va bene) paga e ringrazia colui che lo ha guarito. Che differenza tra relazione dominante ed alternativa?

Non mi sembra grande (anche se, sì, differenze ci sono) e soprattutto assistiamo, a mio parere, al lancio di ballons d'essai come la tecnologia per i fenomeni sottili, l'accettazione di schemi autorevoli per la diagnosi, ecc. forse in vista di una futura riconciliazione in nome del dio denaro e soprattutto del modello dominante: se un incontro benefico deve esserci tra due esseri umani, uno si dichiari ammalato e l'altro professionista. Tertium non datur.

Ritorniamo allo shiatsu come lo Intendo: comunicazione non verbale tra due persone. Unica condivisione affinché questo avvenga la presenza di due persone disponibili al contatto reciproco, mediante il quale (pressione e contropressione, domanda e risposta,...) si cortocircuitano gli schemi energetici abituali e non efficaci, si arriva alle domande che toccano in profondità ed alle risposte che arrivano dal profondo, instaurando una relazione di reciproco benessere.

Sottolineo l'aspetto di reciprocità: nello shiatsu sia Tori che Uke alla fine sono entrambi "guariti" (riprendendo l'esempio del cibo sono entrambi sazi) e per questo amano entrambi l'esperienza condivisa, entrambi sono amatori. Sono i limiti, le parzialità dei nostri sguardi e conoscenza (ed interessi) che lasciano emergere solo il problema dell'altro. Forse il suo è un mal di schiena ed il mio un groviglio dell'inconscio, ma non esiste la vittoria del terapista sul mal di schiena ma il contemporaneo sciogliersi dei nodi. E' vero che l'altro per le peculiari caratteristiche del suo divenire energetico è costretto ad ammettere la sua condizione, noi no, a meno che non si abbia il coraggio che entrambi affrontiamo i nostri problemi e che entrambi siamo necessari.

Se questo riconoscimento caratterizza nel senso più profondo la dimensione amatoriale e rispetta l'aspetto più genuino dello shiatsu, potrà mai divenire nella mia evoluzione superflua, inutile o addirittura controproducente? Credo proprio di no.

Come e quando allora appare la dimensione della professionalità?

Questa appare quando divento consapevole e mi prendo la responsabilità di tutte le domande a cui non sono stato in grado di rispondere, di tutti i fenomeni che l'incontro con l'altro mi ha fatto intravvedere e che non sono riconducibili agli schemi posseduti, rifiutando di far finta di nulla, di indurli a superficialità e di restituirli al mittente.

Utilizzando invece tutto quello che mi confonde, mi spiazza come stimolo per un mio interrogarmi, ricercare, sperimentare dove l'altro non è più presente materialmente ma continua ad agire in me come significante motivazione delle mie scelte.

Ecco allora che la possibile, augurabile ed in un certo senso inevitabile dimensione professionale non va a cancellare la dimensione amatoriale perché, in questa prospettiva, dimensione irrinunciabile, ma solo a velarla rendendola sempre meno ovvia e riconoscibile categoria sociale e sempre più atteggiamento interiore che, come ben sappiamo più diventa invisibile, più diventa autentica.

Questo intervento, sicuramente spiazzato e spiazzante rispetto al dibattito che si è svolto nell'ultima assemblea generale, per suggerire che le finalità delle U.L. non sono quelle di proteggere l'amatorialità o di garantire la professionalità ma di recuperare due polarità che la cultura corrente ci obbliga ancora una volta a vivere conflittualmente e che la pratica autentica dello Shiatsu ci permette di recuperare nella loro continua e dinamica complementarietà.

 

 

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