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Aspetti invisibili dello shiatsu stile Masunaga

(articolo di Arie Spruit, da Shiatsu Do n°23 novembre 2002)

 

L'occidente ha abbracciato lo shiatsu in un tempo breve. Il crescente isolamento di tante persone in una società urbanizzata, la delusione per una medicina spersonalizzata, il bisogno di contatto fisico, soprattutto nei paesi nordici, e l'interesse per tutto quanto viene dall'oriente sono alcune delle cause del successo dello shiatsu. Le persone ne hanno riconosciuto la valenza terapeutica e di rilassamento, ma anche il ruolo importante come metodo evolutivo.

La sua semplicità nell'attenzione alla persona ha fatto innamorare tanta gente. E tanta gente si è dedicata allo studio e alla pratica di questa disciplina, per noi così nuova, portandola a una diffusione e a uno sviluppo notevolissimi, anche in forme talora poco riconducibili all'originale. Tante persone hanno mescolato tecniche di varia provenienza modificando e adottando lo shiatsu alla loro filosofia di vita o al trend del momento. Hanno guardato sia a oriente, attuando integrazioni con l'agopuntura, il qi gong, il tuina, sia a occidente, con l'osteopatia, la kinesiologia o la terapia craniosacrale.

Sono nate tante scuole, ognuna con la sua identità, la sua storia e il suo modello formativo. Scuole e terapisti si sono riuniti a livello nazionale per creare federazioni e associazioni. Ci sono stati confronti per trovare punti in comune, scambiare esperienze e trovare una via di regolamentazione dello shiatsu. Nonostante ciò, sono rimaste differenti correnti di pensiero: chi vede lo shiatsu come una forma di terapia, chi come una pratica medica o come una strada verso il benessere o ancora come uno stimolo culturale per l'evoluzione della persona.

Comunque, quasi tutti hanno intrapreso la strada del riconoscimento professionale. Personalmente mi sono sempre tenuto ai margini di questa ricerca, ma ugualmente ho seguito l'operato di coloro che se ne sono occupati. Tutto questo accade mentre tutti sappiamo che i riferimenti giapponesi dello shiatsu attuale sono il metodo Namikoshi e il metodo Masunaga, cioè lo Iokai Shiatsu. Studio e insegno da tanto tempo all'interno dell'European Iokai Shiatsu Association e sono fondatore dell'unica scuola Iokai in Italia; in questa veste mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sullo Iokai Shiatsu e sulla tecnica che lo caratterizza.

Il mio riferimento è Sasaki-sensei. Masunaga-sensei non l'ho mai incontrato. Perciò, pur riconoscendo i grandi meriti che ha avuto nella ricerca sui meridiani, provando grande rispetto e stima per la sua figura di innovatore, di persona dotata di carisma e intelligenza, non posso prenderlo a modello. Preferisco partire da qualcosa di concreto, dalla mia esperienza, per condurvi man mano a riflettere su alcuni argomenti che meglio ci introducano alle "tecniche" Iokai.

Nella preparazione di questo articolo ho avvertito la delicatezza dell'argomento,perché il metodo Masunaga, a cui tanti si riferiscono e che tanti praticano in buona fede, viene sbandierato un po' da tutte le parti a garanzia della serietà di questa o quella scuola. Ognuno ha il pieno diritto di fare riferimento al metodo di Masunaga, ma se tanti conoscono i suoi scritti e hanno partecipato a convegni e dibattiti sulle sue "estensioni", pochi conoscono la realtà della ricerca Iokai.

Sono giunto a queste conclusioni dopo la lettura di numerosi articoli che trattano dello Iokai Shiatsu con infinite interpretazioni e argomentazioni. Posso dire che ho visto molte differenze nell'approccio e nello spirito, anche quando le tecniche sembrano eseguite bene. Le tecniche possiamo sempre copiarle, ma l'approccio, l'atteggiamento e il bagaglio filosofico seguono un'altra via di trasmissione. Ogni insegnante trasmette con la sua esperienza quello che ha imparato dal suo insegnante, il quale a sua volta ha imparato dal suo e così via a ritroso. Quando si ricevono insegnamenti disarmonici si può andare in confusione e perdere la strada. Il bisogno di una radice riconoscibile, una fonte a cui rivolgersi, porta ad aggrapparsi ai libri o alle regole di uno shiatsu "democratico".

Nello Iokai la strada è molto chiara, perché segue la tradizione privilegiando la relazione maestro-allievo (I Shin Den Shin) cercando di tenere in vita la catena della trasmissione della conoscenza e dello spirito. E' un modello che conosciamo poco e che può risultare difficile da seguire. La nostra società è individualista e il nostro ego si sente facilmente a disagio davanti a un sensei. Temiamo che ci venga chiesto di eseguirlo acriticamente, di vivere nel disagio e nell'ignoranza fino a che lui lo ritiene opportuno.

Ma chi osserva attentamente può vedere che questa persona è un uomo normale con un ruolo utile: incarna la tradizione e tutti gli input che riceve dagli allievi. Nella sua didattica ci propone tutto questo rielaborato. Il nutrimento è reciproco, così il metodo non solo viene sviluppato, ma cresce nell'interazione tra studenti e insegnanti e può crescere perché la radice è riconoscibile. Il sensei oltre alla tecnica indica la strada, la Via, protegge lo spirito originario e lo tiene vivo. Accoglie quelle novità che possono integrarsi armoniosamente con lo spirito originario, che conserva la sua posizione centrale. Questo è un aspetto molto importante nello Iokai.

Vorrei sottolineare che si può obiettivamente parlare di Iokai Shiatsu solo quando si riconosce questo fatto. Anche la tradizione ha un suo ruolo ed è degna di rispetto. Spesso dimentichiamo che quello che sappiamo adesso lo dobbiamo ai nostri antenati. Potete immaginare l'Italia senza le sue tradizioni, senza i suoi piatti, i suoi costumi, le sue immense risorse culturali e la sua religiosità? Sarebbe un'Italia senza radici, senza calore, svuotata del suo spirito. Ci interessa ritornare al pensiero originario per trovare il fondamento che ci spieghi come l'uomo antico ha sviluppato dal suo punto di vista una medicina che coinvolge sia il corpo che lo spirito e l'universo.

L'approccio antico è sempre stato molto umile e rispettoso verso l'ambiente, i fenomeni dell'universo venivano osservati attentamente. Erano tempi in cui la gente viveva molto più in armonia con la Natura e con Dio. Noi abbiamo dimenticato la Natura e ci vergogniamo a parlare di Dio: non ci sembra più importante, qualcosa che è lì, quello e basta. Sappiamo a che ora inizia il telegiornale, ma non sappiamo se è luna piena o calante. Chi si interessa alla medicina orientale e dunque alla vita, dovrebbe, secondo me, coltivare un interesse per la natura: se ne avvantaggerà anche nell'approccio della pratica shiatsu.

Quando guardiamo al mondo moderno vediamo che c'è la tendenza a mettere tutto fuori da noi. Sembra che noi non siamo mai direttamente coinvolti. La responsabilità della vita si è spostata da noi alle macchine "intelligenti", alla tecnica; di conseguenza anche l'approccio di chi tratta con la malattia è cambiato. Ormai questa è la nostra identità: da un lato l'enorme sviluppo tecnologico e dall'altro il degrado nei confronti umani e l'affievolirsi dell'attenzione per lo spirito. Vogliamo evitare il male comunque e se possibile cambiare i pezzi che hanno perso la loro funzionalità.

Nell'approccio antico, invece, la malattia fa parte integrante della vita e si cerca solo di convivere al meglio con essa. A parole sembra facile, ma risulta molto difficile toglierci il vizio della eliminazione del male: schiacciare un po' qui e un po' là solo per togliere un dolore o dare un momento di benessere è lontano dall'attitudine olistica.

Un aspetto che vale dunque di ricordare qui, è l'attenzione per il proprio corpo. Apprendere una disciplina orientale significa sempre usare il proprio corpo come veicolo trainante. Questa è la fonte di conoscenza che abbiamo più a portata di mano e che possiamo in qualche modo sollecitare. In fondo lo conosciamo poco, ne diventiamo consapevoli quando comincia a darci segni di dolore o di fastidio. La sua mobilità ci risulta normale, ma quando ci capita qualcosa e ci blocchiamo ci accorgiamo quanto questa "macchina" sia sofisticata. Ma il corpo umano è molto più di una macchina, è anche spirito e mente e porta in sé, nelle sue cellule, le tracce dell'esperienza dell'intera evoluzione umana. Il nostro corpo è affascinante come un misterioso, immenso libro da sfogliare; è la nostra migliore palestra di pratica per sensibilizzarci e per sviluppare il senso del meccanismo armonioso.

In pratiche come la meditazione e lo yoga questa affermazione ci suona logica, visto che sono delle pratiche individuali, ma nello shiatsu abbiamo la tendenza di portare tutta la nostra attenzione verso l'altro. Nello Iokai diamo sempre molto valore a pratiche come il Do-In e lo Za Zen. Fin dall'inizio cerchiamo di portare l'attenzione anche verso il nostro interno, ci alleniamo nella nostra centratura e vigiliamo per mantenere il corpo rilassato. Cerchiamo di spostare l'attenzione verso il nostro intero corpo.

Chi comincia a studiare lo Iokai deve, secondo me, trovare un equilibrio tra azione verso l'interno e verso l'esterno. Soprattutto con metodi olistici come questo, la conoscenza di se stessi è importante. Chi trova un buon equilibrio, si sviluppa con più facilità, e se lo shiatsu è comunicazione, chi non sa comunicare con se stesso, fatica molto a entrare in comunicazione con l'altro. La vera comunicazione è molto difficile da riprodurre con parole riconoscibili. Lo stesso discorso vale per la filosofia orientale che infatti ci sembra vaga e paradossale. Credo che la fragilità nel mondo dello shiatsu venga dalla difficoltà di mettere insieme teoria e pratica.

Nell'occidente la teoria è un modello schematico e fisso, nella medicina orientale la teoria non è niet'altro che un riordino dell'enorme lavoro pratico. L'esperienza orientale è millenaria e fatichiamo a integrarla nella nostra quotidianità. Chi incomincia a studiare lo Iokai shiatsu ricalca quelle tracce, cioè parte dalla pratica e al momento giusto accoglie aspetti più teorici. I testi antichi parlano un linguaggio per noi poco familiare e ci vuole pazienza e una buona guida per capirne il significato profondo. Abbiamo fretta, vogliamo sapere tutto subito. Quando lavoriamo vogliamo spiegare le nostre azioni ai nostri clienti, vogliamo far vedere quanto sappiamo.

Ma stiamo parlando di una filosofia molto vasta e poetica, che non è da comprendere mentalmente, ma da dentro. Abbiamo paura che dichiarando onestamente di sapere poco o niente, perdiamo lavoro e credibilità. Praticare lo shiatsu in modo umile è difficile, perché la società ci provoca continuamente ad agire secondo criteri di concorrenza. Ma lo shiatsu è quello che è e nella semplice onestà arrivano anche le risposte. Ogni persona che pratichi a lungo una professione costruisce la sua esperienza, indipendentemente dal metodo. Può essere una competenza nel trattare certe patologie, nel lavorare con disturbi psichici o con gli anziani. In ogni caso cerchiamo di mettere insieme esperienza pratica e modello teorico.

Chi fa questo cerca la sua strada con un atlante in mano, cerca risposte ben ragionate e agisce di conseguenza. Allo stesso tempo però è vittima del suo atlante, che diventa la sua prigione, perché tutte le sue sensazioni devono starci dentro. Sappiamo che è molto difficile praticare senza un modello teorico, perché è come camminare al buio, ma chi è attento si accorge che è altrettanto limitante farlo seguendone uno.

Dobbiamo mediare tra le nostre sensazioni, il nostro intuito e la conoscenza acquisita con la mente. E' qui dove si esprime la nostra profonda personalità, dove risiede l'intelligenza interiore e questa intelligenza dobbiamo affinarla e coltivarla per trovare la giusta via: è la vera scintilla che può fare di un semplice trattamento di shiatsu un lavoro potente e penetrante. E' in questo vicolo che risiede quell'aspetto dell'approccio che caratterizza un metodo.

Lo Iokai Shiatsu è sempre un approccio globale sui meridiani che non si concentra sui punti, ma sui tratti interi. Secondo gli antichi, il ki circola attraverso i dodici canali energetici. Chi lavora con il meridiano nello Iokai cerca di facilitare il flusso del ki: l'approccio consiste nell'accompagnare il movimento. Semplicemente significa che il nostro tocco è molto attento a percepire la risposta. Cerchiamo di toccare in modo comunicativo, di ascoltare il movimento del ki e di adattarci in modo appropriato. Nella capacità di adattamento si nasconde la giusta pressione.

Con questo approccio è il ki che ci guida e non siamo noi a volerlo e in questo senso il paziente è il nostro maestro. Questo è uno dei principi più difficili e più importanti per chi impara a praticare lo shiatsu in modo approfondito. Di solito il nostro ego ha un progetto, vuole fare delle cose e vuole farle secondo schemi teorici. Ma il ki rappresenta la vita, non rappresenta programmi codificati e regole. Per questo un praticante Iokai dovrebbe inizialmente imparare perfettamente la tecnica e incorporarla per poi esercitarsi in quelle qualità che sono in relazione con il proprio essere: esercitarsi a non volere, a essere paziente, ad abbandonare i preconcetti, a sviluppare dentro di sé il rispetto verso la vita. Incominciando a fidarsi delle sue sensazioni, vedrà pian piano svilupparsi un altro livello di comunicazione.

Quando tocchiamo un meridiano tocchiamo la vita e non solo la vita di quella persona, ma la vita dell'Universo. Questo approccio viene dall'anima profonda di ogni persona. A mio avviso ha molto senso esercitarsi in questa direzione quando pratichiamo lo shiatsu. Come dicevo inizialmente, esistono due stili di riferimento. Quello che li distingue non è tanto la tecnica quanto l'approccio. Il primo si riferisce ad un modello di medicina convenzionale e di conseguenza le tecniche sono in accordo con questo modello.

Lo Iokai, invece, ha intrapreso la via dell'approccio tradizionale sui meridiani. Questo significa che certe tecniche hanno avuto un naturale adattamento alla ricerca intrapresa. Quando vogliamo capire da dove nascono le diverse tecniche, dobbiamo ricordarci che stiamo parlando di una cultura che ha una immensa storia nelle pratiche manuali. Di conseguenza è difficile sapere dove è nata una tecnica. credo che le tecniche più svariate siano sempre esistite, solo non erano messe in relazione con le tre regole di base che caratterizzano lo shiatsu: pressione perpendicolare, stabile e sostenuta dal corpo.

Ritengo sbagliato che pensare che scuole diverse abbiano sviluppato tecniche diverse: le scuole hanno adottato le tecniche adatte al loro modello filosofico, al loro obiettivo. Comunque sia, personalmente mi interessa poco sapere come è nata una tecnica; trovo molto più interessante mettere in luce la filosofia e il pensiero che ha generato il metodo che la sostiene e giustifica.

Ho elencato alcune considerazioni che dobbiamo fare quando vogliamo studiare un metodo. Possiamo fare tante ipotesi su quanti stili di shiatsu ci siano e su chi abbia introdotto qualcosa di innovativo. Possiamo sezionare ogni metodo fin nei suoi più piccoli dettagli e giustificali scientificamente o empiricamente, ma credo che alla fine ci perdiamo in un labirinto. Se guardiamo alla tecnica, possiamo sempre trovare delle differenze nell'esecuzione di un kata, nel modo di trattare un meridiano o di diagnosticare. Ognuno vuole distinguersi dall'altro, ma in questo caso la parola "stile" suona solo come "tecnica", guarda al visibile, dimentica quella parte che caratterizza proprio il cuore del metodo, il suo spirito!

E' più interessante e più difficile cogliere questo aspetto, perché siamo facilmente influenzati da parole e immagini e la tecnica è lo strumento più riconoscibile in un metodo. Ma, quando la tecnica è assimilata e ben eseguita, vediamo spuntare alla luce il carattere di tutti gli altri aspetti meno visibili che sono coinvolti: l'approccio, l'atteggiamento, l'obiettivo, la filosofia. Credo che questi elementi siano da valutare più approfonditamente, poiché la tecnica riusciamo ad acquisirla nel tempo, ma per gli altri occorre un impegno diverso. Senza questi rischiamo a mancare il bersaglio e sfruttiamo solo parzialmente le nostre potenzialità.

 

 

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