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Bello e impossibile - appunti sulla relazione shiatsu

(articolo di Francesco Contino, da Shiatsu Do n°10 giugno 1998)

 

 

Il Koan dello shiatsu:

 

"Perché è impossibile?

perché è semplice

 

Perché è semplice?

perché è impossibile"

 

Le condizioni fondanti

la relazione shiatsu

e ciò che la differenzia

dalla relazione

terapeutico-gerarchizzata.

Un tema aperto

su cui discutere.

 

Definire il trattamento shiatsu comunicazione profonda, confronto paritario, scambio reciproco di informazioni, empatia vitale è ormai linguaggio comune, ma che cosa succede poi, realmente, tra le mura della stanzetta, quando l'operatore è a tu per tu con il suo uke? Spesso il linguaggio cambia, il dialogo si struttura in termini di paziente, terapista, sintomi, malattia, guarigione, tende a diventare insomma una "relazione terapeutica gerarchizzata". Questo tipo di relazione si instaura quando una persona con un problema si rivolge a un suo simile per essere aiutata e quando quest'ultimo dichiara di possedere le capacità diagnostiche e operative per ottenere la remissione del sintomo. Una volta instaurata, questa relazione non ammette reali confronti, in quanto solo uno (il terapista) possiede i codici di lettura dei fenomeni ed il sapere, specialistico ed inaccessibile, necessario per la guarigione.

In questa occasione paziente e terapista sono sì momentaneamente alleati contro il nemico comune, il sintomo, ma con ruoli fortemente gerarchizzati e stereotipati.

In caso di vittoria potremo assistere alla magica sconfitta del nemico; in caso di fallimento non resterà altro che continuare la ricerca di un mago più potente. Questa relazione non è di per sé negativa. Se la vita è una complessa e multiforme rete di relazioni possibili, probabilmente c'è spazio, ogni tanto, anche per questo tipo di relazione. Il problema è un altro.

Ciò che è sbagliato è il tentativo di ridurre tutti i fenomeni principali ed essenziali della vita in strutture sintomatiche e potenzialmente patologiche. E' questo sguardo terapeutico onnipresente che non va; ogni fenomeno vitale è indagato con uno sguardo diagnostico che fa emergere solo sintomi e questi possono suggerire solo terapie ignorando completamente le potenzialità di autoguarigione del soggetto. Questo è l'aspetto patologico di una visione patologica dei fenomeni vitali.

L'orizzonte comune della vita umana oggi non è la vita con i suoi innumerevoli movimenti dialettici e conflittuali, ma è diventata la malattia. Ciò che grida allo scandalo non è il fatto che qualche volta la vita possa scorrere dentro una relazione terapeutica, ma che, a volte, in una continua terapia, possa scorrere un po' di vita.

Oggi tutto è diventato "terapia": cristallo­terapia, danza-terapia, sesso-terapia, ecc...

Siamo arrivati all'assurdità grottesca della "risata-terapia": si va in clinica, si guardano vecchie comiche, si ride a crepapelle, si paga e si guarisce, senza neppure domandarsi come mai sia stato necessario un ricovero per imparare a sorridere.

 

La relazione shiatsu : un incontro paritario

 

Prendiamo ora in considerazione la relazione che si instaura nello shiatsu. Il prologo è simile a quello terapeutico­gerarchizzato: una storia di malesseri, di malattia e di sintomi che sarà inevitabilmente frammentaria, superficiale e contraddittoria ed una prima interpretazione di tori che sarà probabilmente limitata, lacunosa ed azzardata. Questo gioco serve a tranquillizzare e confermare tori e uke nei rispettivi ruoli e nelle conseguenti dinamiche, ma la vera storia è ancora tutta da scrivere e la sua stesura inizia solo con il contatto e le pressioni. Affinché la relazione possa essere riconosciuta come appartenente alla dimensione dello shiatsu devono essere presenti questi atteggiamenti:

1) disponibilità ad ascoltare il fenomeno energetico tramite il contatto, senza pre­interpretazione: la ragione non si dovrà difendere da un eventuale scacco.

2) accettazione totale, empatica di come la vita decida di manifestarsi qui e ora; semplice riconoscimento del fenomeno vitale né positivo né negativo, accettando che l'intreccio delle infinite possibili correlazioni spazio-temporali dei movimenti energetici in uke sfugge ad ogni tentativo di previsione.

3) Disponibilità al confronto: la mia pressione e la tua contro-pressione sono due interpretazioni della realtà diverse, non perché una giusta ed una sbagliata ma perché rivelatrici di due punti di vista, due strutture soggettive di informazioni energetiche. Non si tratta, quindi, di con/vincere, ma di lasciare che due sistemi confrontino ed integrino liberamente le proprie informazioni

4) Consapevolezza che tale confronto a tutto campo farà emergere non solo le informazioni "sbagliate" (obiettivo di uno sguardo focalizzato a ritrovare i propri pre-giudizi), ma anche le informazioni "giuste". Lo sguardo empatico porta alla luce l'altra faccia della medaglia energetica: dalla mancanza alla risorsa, dal problema alla soluzione.

5) La comunicazione avviene nel presente: la storia pre-recitata ed il copione terapeutico pre-scritto vengono messi da parte. I soggetti non recitano più a memoria, ma parlano solo del e nel presente; finalmente sono quel che sono.

6) L'accettazione empatica e la disponibilità al confronto non sono una mera affermazione di principi metodologici, ma la decodificazione mediante il contatto di una precisa e verificabile struttura energetica di tori: nessuna tensione muscolare, respiro stabile e profondo, mente calma e vuota.

7) Assenza di aspettative perché non si hanno pretese di suggerire, consigliare, imporre soluzioni. Resta solo la fiducia che le nuove informazioni introdotte dal confronto energetico mediante la relazione verranno utilizzate dall'intelligenza vitale nel modo più opportuno.

A questo punto il processo di riequilibrio energetico ritrova la sua dinamicità creativa: il non giudizio elimina il conflitto, l'empatia permette l'ascolto reciproco paritario, il confronto porta all'integrazione di nuove informazioni e la messa in gioco di risorse energetiche inibite.

Bello e impossibile

Se riesaminiamo le condizioni fondanti la relazione shiatsu, ossia non giudizio, empatia, vuoto mentale, l'essere qui e ora, non possiamo che riconoscere la definizione dello stato di illuminazione e concludere che lo shiatsu è impossibile.

Ma dopotutto lo shiatsu è così semplice: sedersi vicino ad una persona, poggiare la mano, portare la pressione... basta ricordare le sensazioni provate guardando qualcuno che fa shiatsu: una tranquilla danza sul filo dell'immobilità, un "non-fare" alla portata di tutti... potremmo definirlo il koan dello shiatsu: perché è impossibile? perché è semplice. Perché è semplice? perché è impossibile e la mente va in tilt.

Ma se è impossibile, di che cosa mi preoccupo?

Se è semplice, di che cosa mi preoccupo? Poco a poco un senso di beatitudine pari ad un profondo stato meditativo si fa strada, ma non eravamo partiti proprio dall'impossibilità di ottenere tutto ciò?

Forse il sorriso del Buddha era anche la consapevolezza di come la realtà si prenda gioco di noi.

 

 

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