IL PRIMO SITO DEGLI OPERATORI SHIATSU IN SARDEGNA

 

 

Continuità e discontinuità nelle arti tradizionali giapponesi

(articolo di Marcello Ghilardi, da Shiatsu Do n°36 marzo 2006)

 

 

 Un termine chiave per penetrare nella complessa architettura delle discipline tradizionali del Giappone

- pittura, calligrafia, arti marziali, teatro nō, shiatsu, ikebana, chanoyu - è ma

 

Composto con un kanji che unisce i due battenti del carattere di <<porta>> o <<cancello>> e il carattere che sta per <<sole>>1, è quasi intraducibile, tanto vasto è lo spettro semantico che dispiega; si può rendere in modo più o meno approssimato con <<intervallo>>, <<frammezzo>>, <<fra>>; oppure, considerandolo nella valenza temporale, come <<durata>>, <<ritmo>>. Delineare il nucleo concettuale di ma è estremamente arduo, dal momento che - come ogni termine che designa un aspetto della sensibilità giapponese - esso evoca un'esperienza, una situazione fisico-psichica ed emotiva, più che un concetto filosofico passibile di un'indagine razionale. Nella sua polisemia, il termine è presente tanto nel linguaggio quotidiano quanto nei lessici specifici delle diverse discipline; esso pertiene tanto ad aspetti della vita quotidiana, quanto nell'ambito dello sport o delle arti. Senza addentrarsi nella vastissima gamma di possibilità d'uso che sono dispiegate da ma, ciò che qui interessa è l'area di significati attorno al tema dell'<<intervallo>>, del <<fra>>, del rapporto tra continuità e discontinuità, che nelle discipline tradizionali svolge un'importanza preminente. Innanzitutto è da sottolineare che ma non indichi "qualcosa", una qualche entità - concreta o astratta - bensì l'indefinibile che appunto si colloca <<fra>> qualcosa e qualcos'altro, ciò che "sta in mezzo"; un vuoto, un intervallo uno spazio (o un tempo) di sospensione, per quanto impercettibile.

<<La coscienza estetica di ma nasce con la percezione di una distanza, a partire da una rottura temporale o spaziale [...]. Ma è una distanza tagliata sia nello spazio che nel tempo, e si può affermare che sia una coscienza estetica che insorge in base a quella particolare lacerazione>>2.

Dunque ma implica una cesura, un taglio, una discontinuità - spaziale e temporale. E' tale discontinuità che segna l'emergere di una coscienza percettiva ed emotiva; ovvero, tale coscienza non esiste, non si dà prima o indipendentemente dall'emergere di tale discontinuità.
<<Si può dire che ma, distanza di una rottura spazio-temporale, creata a partire da una originale lacerazione, non è né tempo né spazio, è una coscienza estetica [...]. Ma è la bellezza che si materializza con lo strutturarsi di una speciale condizione di rottura>>3.

Tuttavia, bisogna fare attenzione all'uso dei termini: qui <<coscienza>> non denota un io-soggettivo che si pone di fronte e in opposizione ad un altro soggetto o ad un oggetto. La <<coscienza estetica>> determinata dall'insorgenza di ma è piuttosto una interrelazione di identità, che si strutturano e si conoscono sempre e soltanto nella relazione, nello scambio reciproco. Ogni coscienza particolare e soggettiva esiste in quanto discontinuità-nella-continuità, come scarto, cesura, movimento rispetto all'insieme identitario delle totalità delle relazioni possibili (tra le persone, le cose, gli eventi). Ciò che di volta in volta possiamo isolare come singolo individuo, singolo oggetto, singolo evento dipende solo dalla maggior focalizzazione con cui noi lo osserviamo; in realtà non è mai scisso o separato dalla totalità. La pretesa di potersene distaccare - cioè di potersi pensare al di fuori della relazione, autonomi e indipendenti - è semplicemente un errore di prospettiva, un difetto dell'osservazione.

Ma torniamo alla dimensione di ma nelle arti: un esempio tratto da un testo sull'estetica giapponese è particolarmente illuminante a riguardo. La situazione presa in esame descrive la scena di una rappresentazione del teatro : proviamo a prendere nota fedelmente di ciò che si dà a vedere sulla scena. L'attore entra silenziosamente, un passo dopo l'altro; il suo incedere lento e flessuoso già derealizza la consueta camminata lineare che si accorda al fluire del tempo. Ma non si tratta solo di un movimento irreale delle gambe. A ben vedere, questo incedere è l'estremo kata del camminare dell'uomo. Ogni volta che l'attore sposta un piede, sfiorando lievemente il pavimento, solleva un poco le dita verso l'alto: ora il destro, ora il sinistro, il movimento delle dita del piede completa il passo e lo spezza, lo taglia. Ed è da questo
<<taglio>> [kire] che <<continua>> l'incedere del passo successivo4.

Il camminare umano è diverso dal continuo procedere di un'automobile, che avanza sempre in contatto col terreno: al camminare appartiene un
<<taglio-continuità>> che non è solo discontinuità/continuità spazio-temporale, perché in questo <<taglio-continuità>> si rispecchia shôji, la relazione unitaria di cesura e continuità tra vita [shô] e morte [ji]. Vivere si fonda sul respiro [iki]: inspirare ed espirare. L'inspirazione e l'espirazione tagliano e al tempo stesso creano continuità.. Questo ritmo rivela già che la vita [iki, omofono di iki, respiro] non è una continuità senza limiti, ma l'attività di un'esistenza finita. Forse, se si esprime in un kata il <<taglio-continuità>> del camminare umano, tagliando via ed eliminando il superfluo, esso diventa come l'incedere dell'attore [...]: nel kata si <<taglia>> via in generale ogni elemento accessorio. Sul palco [del teatro ], è il movimento dei piedi a mostrare un tale <<taglio>>5.

L'alternanza tra movimento e stasi, il blocco improvviso del corpo che segue l'incedere dei passi, sono alcuni dei segreti di cui deve impadronirsi un bravo attore di teatro . La capacità di muoversi nel modo adeguato dipende dalla corretta valutazione di ma, che significa anche saper correlare il passo al respiro. Un incedere slegato dalla respirazione è un movimento morto, privo di afflato e di energia. La respirazione stessa è, a ben vedere, una serie ininterrotta di discontinuità-nella-continuità: inspirazione ed espirazione sono i movimenti primi e originari della dimensione processuale della vita, e si riflettono in ogni movimento, in ogni esperienza, in ogni aspetto della vita: una volta yin, una volta yang.

Se la vita e il procedere umani si possono individuare per certe determinate caratteristiche, tra queste certo vi è quella della
<<cesura e continuità tra vita e morte>>: l'uomo non soltanto <<vive>>, ma vive accanto alla morte; così come non soltanto si <<muove>>, ma si muove in rapporto alla quiete, all'immobilità. Non è mai escluso l'elemento complementare, la continuità non si dà mai senza una discontinuità al suo interno. Addentrarsi in un kata significa affinare questo rapporto tra continuità e discontinuità: qualunque sia la disciplina in cui ci si investe, il kata diventa lo strumento per <<eliminare il superfluo>> e ogni elemento accessorio, e avvicinarsi il più possibile alla purezza del rapporto tra pieno e vuoto, tra continuità e discontinuità, tra sé e altro da sé. In questo senso, se l'esercizio nel kata sottolinea all'inizio una dimensione eminentemente estetica - estetica in senso ampio, ovvero legata alle nostre percezioni ed emozioni e al nostro "essere al mondo" in quanto soggetti senzienti e pensanti - esso conduce anche a una dimensione etica e relazionale. <<Ma è qualcosa che realmente si crea fra (ma) una persona e l'altra. La comunicazione [...] contiene una parte emotiva, ed è in base ad essa che si può afferrare quel "fra">>6. Entrare in relazione, cioè dare e ricevere, permette a due o più persone di intuire il ma, di farne parte. Disconoscere la dimensione di "continuità discontinuità" che sussiste sempre, in ogni aspetto della vita e in ogni relazione, comporta il rischio di ciò che in giapponese si dice ma ga nukeru, <<caduta di ma>>7, cioè incomprensione, ritardo - in una risposta verbale, gestuale, emotiva - all'appello che ci viene dall'altro. "Afferrare" ma, invece, permette non soltanto di migliorare il nostro rapporto e la nostra comprensione della disciplina che pratichiamo, ma anche di vivere meglio la relazione con le persone che ci circondano e con l'ambiente in cui viviamo.
Note:
1 Il kanji si pronuncia anche <<kan>> o <<aida>>, a seconda dei casi.
2 M. Nishijyama, Storia dell'insorgenza estetica di ma, in Ma. La sensibilità estetica giapponese, a cura di Luciana Galliano, Edizioni Angolo Manzoni. Torino 2004, pp.85-94
3 Ivi, p.89
4 Mentre il suo piede scivola in avanti, l'attore di teatro nō tiene le dita leggermente sollevate. Quando il piede si arresta, le dita vengono abbassate: qui si "taglia" il passo, che viene cioè completato. La cesura che si crea con l'arresto del movimento di avanzamento dà forma alla continuità della camminata, che si attua così come una successione di continuità discontinuità.
5 R. Ohashi, Kire. Das 'schöne' in Japan, DuMont Buchverlag, Köln 1994, p.13 (traduzione di Enrico Fongaro).
6 H. Jingu, Psicologia di ma, in Ma. La sensibilità estetica giapponese, cit.,pp.43-54.
7 Cfr. ivi, p.53

 

 

Shiatsu in rete - via Salaris, 17/F - 09128 Cagliari - Tel. 070 43190

 aggiungi ai preferiti