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Kata: alla ricerca dell'autentica originalità

(articolo di Marcello Ghilardi, da Shiatsu Do n°35 dicembre 2005)

 

 

L'alternativa tra creatività soggettiva e spontaneità originaria sulla via della maestria

 

Kata è un termine giapponese, non cinese. E' un carattere che però esiste già in Cina e i giapponesi importano dalla Cina stessa e lo riempiono di una connotazione ancora più circostanziata.

Dei kata si parla soprattutto nelle arti e discipline giapponesi, non cinesi. Però la base è questa: lo sforzo, la tensione per guadagnare o riguadagnare la spontaneità della processualità naturale del Dao attraverso un percorso di un certo tipo.

Il kata spiega, struttura, dà forma a questo percorso. Riguadagnare la spontaneità sembra una contraddizione in termini, e lo è dal nostro punto di vista occidentale. Per noi la spontaneità è uno stato originario da cui poi si tende ad allontanarsi. Per noi il bambino è spontaneo mentre l'adulto, gradualmente, perde questa spontaneità e inizia a strutturare la propria individualità con comportamenti e modi di fare, modi di relazionarsi all'altro che gli conferiscono lo status di adulto, di persona matura. Per il mondo estremo orientale questo è paradossalmente il contrario. La spontaneità è qualcosa che si conquista attraverso una pratica. La vera spontaneità coincide con la maestria di una disciplina particolare.

La spontaneità originaria è una dimensione ancora caotica, non formata. Questo lo si trova in tutti gli esempi, dal bonsai, alle arti marziali, all'ikebana. La vera spontaneità si raggiunge al termine. Poi c'è anche un rapporto tra l'inizio e la fine, c'è un cerchio che si chiude. E' vero che anche nella dimensione orientale il bambino è un esempio da seguire. I testi taoisti sono pieni di metafore improntate sulla spontaneità del bambino. Ma la spontaneità del bambino è ancora irriflessa. Il vero percorso dell'uomo è riuscire a tornare a questa spontaneità compiendo un percorso. Ecco perché l'inizio e la fine, il bambino e il vecchio, vengono a coincidere. Il vecchio monaco zen riguadagna la spontaneità originaria del bambino, però avendo fatto un percorso.

Questo è uno dei significati di un detto molto paradossale, che amano i maestri zen, secondo il quale prima di iniziare una pratica le montagne sono semplici montagne e i fiumi sono semplicemente fiumi (è la dimensione iniziale). Mentre si studia ci si rende conto che le montagne, forse, non sono semplici montagne e che i fiumi non sono semplici fiumi. Ci si potrebbe chiedere chi ce l'ha fatto fare di compiere tutta questa fatica per tornare al punto di partenza e non scoprire niente di nuovo.

Invece è proprio lì che sta la genialità di questi percorsi: si torna al punto di partenza ma si torna trasformati. Ci si pone di fronte alle cose, di fronte al mondo, di fronte agli altri, di fronte a se stessi con un atteggiamento che è totalmente mutato e, nello stesso tempo, originario. Per la dimensione che stiamo studiando, una persona veramente originale non è la persona stravagante, non è qualcuno che fa il mattacchione e dice tante cose un po' strane. La persona originale, come dice l'etimologia della parola, è la persona che torna all'origine. E' un ritorno all'origine non banale, ma consapevole. Quando si inizia un percorso, si vorrebbe raggiungere subito la meta, l'obiettivo finale.

Ma l'esperienza dei maestri, in tutte le discipline tradizionali, dice che quanto più noi ci attacchiamo alla meta e quanto ci attacchiamo spasmodicamente a raggiungere un risultato, tanto meno lo otterremo, perché qualcosa si ottiene senza sforzarsi di ottenerlo, distaccandoci dal pensiero fisso, dalla volontà di ottenere.

Se non c'è questo distacco non si ottiene mai nulla. Questo è anche il paradosso della pratica. Si raggiunge un traguardo soltanto dimenticandosi del traguardo stesso. Si fanno dei progressi soltanto rigettando l'idea di miglioramento e di progresso. Finché noi ci sforziamo di ottenere una meta, la stessa meta rimarrà inevitabilmente lontana da noi.

Allora il problema è: perché devo iniziare un percorso se poi non ho qualcosa da raggiungere? Infatti il momento iniziale è considerato comunque come qualcosa di produttivo: si inizia a fare meditazione zen, a praticare una disciplina, come lo shiatsu, perché o parte da un bisogno o parte d una difficoltà iniziale, da una carenza, da un senso di insoddisfazione o perché si vuole raggiungere qualcosa. Ovviamente se si vuole raggiungere qualcosa è proprio perché ci si sente mancanti di quella cosa.

Come prima tappa può andare bene. Il problema è che se viene mantenuto il livello di attaccamento alla meta e al risultato non ci si libera mai dall'io, che è l'unica condizione necessaria per progredire. Non c'è più nessuna identità nessuna singolarità che conquista qualcosa, che ottiene, ma c'è qualcosa che accade: questo è il cambiamento di prospettiva.

Per esempio, se si inizia a stare seduti in meditazione, si inizia perché si ha una tensione, perché si prova un disagio. Finché si resta attaccati a questa tensione (voglio ottenere l'illuminazione, voglio stare meglio etc.) c'è sempre un io che prova attaccamento. Nella meditazione solo staccandoci dall'io si riesce a sciogliere i nodi e a fare dei progressi.

Allora non ci sarà più un io che fa dei progressi, un qualcuno di roccioso e autonomo che compie delle tappe, ma ci sarà qualcosa che accade gratuitamente. Ci sarà qualcosa che avviene indipendentemente dalla volontà del singolo.

Questo è valido in ogni disciplina.

La capacità di eseguire una pennellata perfetta si raggiungerà quando non ci sarà più un io che vorrà compiere una pennellata perfetta. La pennellata sarà una esplicitazione, una estrinsecazione di un movimento di cui la persona che dipinge è uno strumento. Non c'è più un io che dipinge ma c'è un'individualità che si riconosce parte di una processualità più ampia, come un microcosmo che si riconosce parte di un macrocosmo, attraverso il quale questa pennellata accade.

La relazione con l'altro inizia veramente ad essere profonda quando queste due individualità si riconoscono come reciprocamente necessarie e non più quando c'è un io che si sente separato dall'altro e dice 'adesso ti curo, ti faccio stare bene'. Questa è la paradossalità dei percorsi, dal samurai al medico tradizionale, che si incontrano sullo stesso cammino.

E' lo sganciamento dall'io, dalla pretesa che esista una individualità rocciosa, autonoma, sostanziale che mi permette di migliorare, che mi fa riconoscere come parte di un tutto. I maestri zen cercano infatti proprio il paradosso attraverso i koan, con le battute di botta e risposta che scardinano le pretese logico concettuali di definire.

Il pensiero non riesce ad afferrare la realtà proprio perché la realtà è, per sua stessa natura, paradossale, anche in quelle manifestazioni che a noi sembrerebbero buone, positive, moralmente accettabili, come il desiderio di curare, di fare del bene agli altri. I maestri ci dicono che finché l'individualità è convinta di fare del bene agli altri non si starà mai veramente bene, perché si rimarrà sempre attaccati a questo senso di autogratificazione, vanagloria, pretesa di essere indipendenti dal malato che si cura.

Questo viene esplicitato non in modo concettuale, ma tramite una pratica. Le discipline orientali, come lo shiatsu, agiscono soprattutto su una dimensione relazionale, pratica, attiva, e cercando di far capire che la logica non riesce a stare al passo della realtà. Però deve essere una pratica consapevole di questa esigenza di purificazione.

Certo, è difficile per uno che passa degli anni ad apprendere dei kata, delle forme, delle discipline, a non porsi più un obiettivo. Ma la tradizione ci dice che solo continuando a praticare si raggiunge questa connessione (o condizione) ideale. Soltanto continuando a praticare l'individualità scompare nel kata, nella forma, nella tecnica. L'individualità, in un certo senso, esce di scena, o si pone in secondo piano, per lasciar emergere qualcosa che, tramite quella individualità, si apre gradatamente.

Quando si pensa ad un capolavoro di un maestro di pittura, quel capolavoro, in un certo senso, si è fatto da sé, è accaduto, e il pittore è stato quella particolare manifestazione del Dao che ha permesso l'attuarsi di quel capolavoro. Questo è un po' in antitesi con l'idea romantica del genio creatore. Il romanticismo nella forma classica era già diverso; infatti bisogna fare attenzione a non vedere sempre un tutto contrapposto oriente-occidente, perché ci sono molti occidenti nell'oriente e molti orienti nell'occidente. Ci sono molte concezioni e molte correnti nella filosofia dell'arte.

Però la tradizione che noi abbiamo ereditato per quanto riguarda l'arte, in particolare dal rinascimento e dal romanticismo, ci mostra il creatore come una sorta di individuo particolarmente dotato, con una forte individualità che si distacca dalla media per il prorompere della sua genialità. Il grande pittore, il grande musicista, il grande scultore sono tanto più geniali, tanto più famosi quanto più le loro opere si distaccano dalla normalità, quanto più le loro opere sono assolutamente riconoscibili: questo è assolutamente Michelangelo! Questo è assolutamente Beethoven!

Nel mondo orientale, invece, un maestro è tanto più maestro quanto la sua opera diventa anonima, quanto più la sua tecnica coincide con una perfezione che non è più individuale, non è più segno distintivo di quell'autore ma va al di là dell'individualità personale. Per il pensiero orientale la perfezione è qualcosa di raggiungibile. Mentre nella concezione occidentale la perfezione è qualcosa a cui si può tendere, senza mai raggiungerla, perché la perfezione è un attributo soltanto di Dio, in oriente l'uomo stesso, quanto più si distacca dalla propria individualità singola, personale, tanto più riesce a diventare perfetto, compiuto, a porsi ad un livello di ulteriorità rispetto alla individualità.

 

 

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