IL PRIMO SITO DEGLI OPERATORI SHIATSU IN SARDEGNA

 

 

Tradurre il Tao, tradire il Tao

(articolo di Francesco Contino, da Shiatsu Do n°12 gennaio 1998)

 

 

Il Tao è indefinibile e indicibile. Il Tao di cui si parla non è il Tao, così recitano tutti i sacri testi. Siamo quindi tutti costretti a tradurre e come ben sappiamo, tradurre è tradire: figuriamoci quando il testo originario è invisibile! Perciò a noi esseri umani altro non è concesso per cui tranquillamente traduciamo e tradiamo continuando a confrontarci sapendo che ciò che renderà comune il Tao sarà un tradimento comune. La mia prima traduzione del Tao osservata dal punto di vista dello shiatsu risuona più o meno così: <<Un incontro silenzioso con pressioni manuali percependo le trasformazioni energetiche che l'intelligenza vitale sta creando per il benessere globale nella relazione tra uke e tori, qui ed ora>>.

 

Questo è, in un certo senso, il mio testo originario e continuo a tradurre e a tradire:

 

 - Se l'incontro profondo avviene con la totalità dell'altro come si manifesta qui ed ora non posso mai prevedere con certezza ciò che l'intelligenza vitale creerà: tutto quello che io posso aver previsto od essermi augurato che avvenga non può essere altro che conseguenza di parziali, incerte e contraddittorie informazioni interpretate in base ad esperienze e giudizi passati.

 

 - Le categorie tradizionali di spazio e tempo vengono superate: se incontro l'altro nella sua globalità ed unità, e sappiamo bene che il campo energetico è così, non posso dire che premendo qui la risposta deve apparire qui perché non conosco il percorso reale del movimento energetico che l'intelligenza vitale dell'altro sta creando. Così se premo ora non posso dire che la risposta deve avvenire ora perché analogamente non ne conosco i ritmi. Vuol dire che devo essere disponibile ad accettare che la risposta avvenga altrove ed in altri tempi senza un giudizio o una perdita di fiducia nelle capacità riequilibratrici. A tori compete solo la qualità della pressione, cioè della relazione che riesce ad instaurare con uke.

 - Non posso stabilire una relazione di causa ed effetto tra ciò che ho premuto e ciò che avviene. Quando tratto un percorso energetico per ottenere un cambiamento, lo schema che uso serve solo per motivare le mie scelte e per tranquillizzare il mio razionale. In realtà non posso mai sapere veramente il perché di quel cambiamento che potrebbe essere avvenuto perché ho trattato un altro percorso o perché li ho trattati entrambi, prima uno e poi l'altro o viceversa. Inoltre il cambiamento potrebbe non avvenire ora ma successivamente: non ho nessun controllo di come avviene il movimento energetico reale nella persona intesa nella sua globalità. Quando lo descrivo non faccio altro che inserire le poche percezioni che ho di una infinità di fenomeni, in relazioni di causa-effetto che lo giustifichino razionalmente.

 

 - Se tutto ciò che appare è una manifestazione  del Tao non esistono fenomeni positivi o negativi ma solo momentanee manifestazioni della sua consapevolezza globale e tutti i fenomeni sono intrinsecamente intelligenti. Il mal di schiena è un fenomeno intelligente perché evita guai maggiori alla persona limitandone la mobilità ed escludendola da situazioni eccessivamente dinamiche e pericolose in base a quelle risorse energetiche che attualmente possiede. Il mal di schiena è l'occasione per uke di aprirsi a nuove esperienze, (per es. shiatsu) e ricevere quelle nuove informazioni di cui il proprio sistema ha bisogno per una nuova configurazione energetica. Un mal di schiena potrebbe essere molto più pericoloso se totalmente alleviato o non ascoltato, perché se ne perde proprio la funzione stimolatrice: è l'atteggiamento dell'ascolto che assolve la funzione catalizzatrice della trasformazione energetica, non il giudizio.

 

 - Qualunque modello di interpretazione dei fenomeni io usi, per quanto raffinato e culturalmente congeniale, riflette la mia incapacità di gestire i movimenti energetici nella loro unicità ed impermanenza. Il territorio è sempre diverso e variabile qualunque sia la mappa che io uso: sulla mappa leggo di una montagna e di un fiume, ma sulla montagna ci può essere il sole, la nebbia, la neve; il fiume può essere in piena, in secca e, a seconda delle scarpe che calzo, il mio viaggio può cambiare radicalmente. Ogni volta la mia relazione con il territorio è diversa mentre la mappa è sempre la stessa. Il viaggiatore esperto viaggia sentendo il terreno: muove i piedi, regola il ritmo, sceglie le deviazioni a seconda di quello che percepisce. In più, essendo un viaggiatore esperto e prudente, porta sempre una mappa in cui ha fiducia e che sa leggere in tutte quelle situazioni impreviste in cui le sensazioni lo sconcertano e che non sa interpretare. Naturalmente se la mappa che usa è stata stampata a Pechino o a Tokio è particolarmente tranquillo!

 

 - Nel trattamento shiatsu non c'è miglioramento di una persona ma c'è miglioramento di una relazione. All'inizio di un trattamento ci sono due persone in una certa condizione, alla fine sicuramente almeno tori è migliorato e la relazione è diversa e migliore. Se due persone all'inizio di una relazione sono tutte e due stanche e tristi ed alla fine una è più riposata ed ottimista, la relazione è migliorata: infatti ora può essere più disponibile per uke, per la famiglia, per gli amici, il lavoro, ed essendo cambiata la relazione col mondo il mondo è cambiato: a parità di mal di schiena, vi sembra un risultato da poco? Ed il povero uke? Ironia a parte, quasi sempre è migliorato in meglio anche lui (limitandoci al piano del visibile), ma in maniera sottile ed inafferrabile ciò avviene sempre perché il messaggio non-detto che gli comunico è che il suo mal di schiena, incontrato ed interpretato con una modalità non giudicante, è stata una grande risorsa secondo me; esiste un punto di vista dal quale il suo mal di schiena non è più etichettato come negativo ma come una risorsa e gli offro la possibilità di condividere questo punto di vista. Con la "piccola" condizione che la mia fiducia in quanto sta avvenendo non vada in crisi per quegli aspetti che non rientrano nei miei schemi d'interpretazione e previsione.

 

 - Se è vero che il mio incontro con uke produce uno stimolo positivo per la mia intelligenza vitale, dovrei essere disponibile a fare shiatsu anche al di fuori delle situazioni professionali, per esempio amatorialmente o come volontario, perché sarebbe un po' sospetto affermare che praticare shiatsu è una straordinaria occasione di riequilibrio e benessere personale ma che, se non incasso la parcella, l'intelligenza del Tao va in tilt. Forse dovrei essere disponibile ogni tanto quando sono un po' giù a pagare un uke per la sua disponibilità a ricevere un trattamento. Potrebbe essere un'ipotesi: se tutti i terapisti pagassero, sicuramente il loro numero diminuirebbe drasticamente. Invece di aumentare il numero dei potenziali ammalati (a fin di bene, naturalmente) perché non proviamo a diminuire il numero dei terapisti? Potrebbero esserci delle sorprese inaspettate e sconvolgenti.

 

 - Lo shiatsu agisce essenzialmente nella sua relazione. Non esiste nel campo delle relazioni umane, e lo shiatsu lo è, una strategia che mi garantisca a priori il risultato. Vado a cena per la prima volta da una donna desiderata e mi garantisco portandole un mazzo di rose e una scatola di cioccolatini. La donna vedendoli si oscura in volto, si altera e mi confessa che il suo ex marito la prima volta si era presentato con gli stessi doni conquistando il suo amore, ma si era poi rivelato un emerito mascalzone:

<<Scusami, - mi dice, - ma è più forte di me, non posso controllare la rabbia>>. Chi lo poteva prevedere? Al di là di tutte le spiegazioni e tradizioni consolidate esiste una pausa tra un trattamento e l'altro durante la quale non so cosa stia realmente succedendo e come si manifesterà. Se ho esperienza, posso prevedere degli scenari probabili che si possono anche realizzare: se questo avviene la mia competenza si rafforza, ma la mia fiducia non può essere intaccata se le forme previste non si realizzano. L'unico fenomeno nello shiatsu di cui mi prendo la responsabilità riguardo alle forme del suo apparire è la qualità della pressione e della relazione.

 

 - Lo shiatsu non c'entra niente con qualsiasi medicina o para-medicina perché è un'arte di comunicazione in antitesi col modello dominante, ma anche necessario, di ogni approccio terapeutico: in questo dominio esiste sempre uno sguardo che osserva la persona da uno specifico punto di vista (posturale, biochimico, psicologico ecc.), evidenzia ciò che non è giusto secondo una propria definizione di normalità e mette in essere un protocollo terapeutico affinché il fenomeno osservato rientri nella categoria delle normalità. Nello shiatsu non ci può essere una definizione di normalità:  quello che appare non è né normale né anormale, è solo ciò che può apparire, ora, in quel sistema in base alle informazioni energetiche che esso dispone. Lo shiatsu, in quanto arte di comunicazione, fornisce nuove informazioni che renderanno possibile l'apparire di una nuova configurazione energetica e, come ben sappiamo, la comunicazione è sì condizionata dal contenuto e dallo stile, ma la sua efficacia dipende dalla qualità e dal tipo di relazione che sa suscitare: senza la qualità (della pressione) e della relazione non c'è contenuto o strategia giusta che tenga.

 

 - La formazione di uno shiatsuka non può prescindere da queste premesse, se condivise. Riprendendo la metafora del viaggiatore, uno shiatsuka evoluto deve avere la capacità di percepire le sensazioni che il territorio gli comunica, deve saper gestire i vari fenomeni che incontra, siano pioggia, neve, nebbia, caldo, dirupi e frane: deve avere un passo leggero, rilassato, resistente; è capace di osservare il paesaggio senza pensieri e nello stesso tempo è pronto a percepire qualunque improvviso ed imprevisto messaggio dell'ambiente, sapendo adeguare il suo comportamento, anche rinunciando a quanto accuratamente programmato. Deve avere infine l'intima convinzione che anche se quel paesaggio è immutato dopo il suo viaggio, le montagne sono le stesse, gli alberi sono gli stessi, in realtà è cambiato perché è cambiato il suo modo di guardare e questo cambiamento invisibile si rivelerà negli altri paesaggi della sua vita e gli altri ne godranno misteriosamente.

Quando? Dove? Come? A queste domande il mio ruolo di traduttore si rivela inadeguato. Non ho, lo confesso, nessun dizionario da consultare e devo lasciare al testo tutta la sua indicibilità.

   Questo intervento non ha la finalità di mettere in crisi i modelli di riferimento che utilizziamo nello shiatsu, ma di stimolare il confronto nel modo dirompente dello shiatsu sul nodo reale del dibattito: l'orizzonte col quale lo shiatsu si confronterà. Ed è l'orizzonte che si va definendo all'interno di uno scontro culturale, sociale, economico e, perché no, politico: tra una tendenza che ritiene opportuno ed inevitabile annoverare lo shiatsu alle terapie ed un'altra che lo colloca nel campo delle arti delle relazioni, anche se con notevoli ed evidenti ricadute nel campo del benessere. Il nodo è urgente e decisivo, la soluzione non scontata né indolore.

   L'ipotesi dello shiatsu come terapia, se vincente, comporterà formazioni codificate ed omogenee al processo di trasmissione del sapere, ruoli professionali istituzionalizzati e delimitati, sguardo e protocollo terapeutico. Verrà così rafforzato il leit-motiv che il sistema ci propina massivamente con tutti i canali di cui dispone. I fenomeni della vita richiedono informazioni a cui non si può accedere e che non si possono gestire individualmente, ma tramite la presenza di un esperto o di un terapista.

   A mio modesto parere la visione taoista spiega che lo yin non è ammalato perché carente di yang, lo yang non è ammalato perché carente di yin: le due polarità del fenomeno vitale non vanno dal terapista ad hoc, ma si richiamano e si relazionano in un'esperienza di condivisione delle loro nature e lo yin si scopre ora yang, lo yang si scopre ora yin ed all'antica irrisolta domanda "chi cura chi" si potrebbe ora rispondere: il terapista si scopre ora paziente, il paziente si scopre ora terapista.

   Ritroviamo infine il principio originario: non c'è lo yin, non c'è lo yang, esiste il Tao. Qualche volta lo traduciamo yin, qualche volta lo traduciamo yang, è umano, è inevitabile, lo sappiamo bene che tradurre il Tao è tradire il Tao.

 

 

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